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Questo bel dire è un atto d’amore verso il proprio paese e verso la propria gente.
Per un prezioso recupero delle memorie e delle tradizioni dei luoghi, la rivendicazione appassionata, intelligente e riccamente documentata delle proprie origini e della propria identità culturale.
È il segno del profondo attaccamento e dell’affetto che ci lega alla propria terra e ai suoi paesani.
È un pensiero che è tanto più importante e apprezzabile in quanto viene scritto in un tempo in cui tutto si dimentica, si banalizza e si standarizza, rinnegando e distruggendo la nostra vera ricchezza costituita dalle memorie e dal paesaggio che abbiamo ereditato, costruito dalla nostra gente anno dopo anno, secolo dopo secolo, con amore, fatica, sacrifici e saggezza.

venerdì 27 dicembre 2013

Camillo il campanaro. (Da definire)


La tradizione popolare spesso racconta e descrive di fatti curiosi, di realtà all’apparenza fantastiche in cui piccoli e grandi uomini sono i protagonisti.
Anche la nostra terra, aggrappata agli Appennini, immediatamente a ridosso delle grandi montagne, è ricca di storie e di leggende in cui il sapore nostrano di quel vivere quotidiano così diverso dal presente, riemerge con nostalgia.
È giusto dare un volto, una voce, a queste realtà.
Allora i volti si confondono nelle ombre della notte, le cose antiche, oggi in disuso tornano per un attimo a funzionare, quel tanto che basta per condurre la mente nel mondo dei ricordi.
Ma il tempo fugge inesorabile verso la sua fine confondendo i contorni delle forme e diluendo i colori dell’arcobaleno.
Solo il senso della tradizione antica resiste e passa di bocca in bocca riempiendo dell’arcano significato il nostro paese.
I rintocchi delle campane battono ripetutamente: richiamano i fedeli e annunciano l'arrivo dei cavalieri. Il suono parte dal campanile e dalla chiesa si diffonde in tutta la valle.
Era Camillo a imporre quell'armonia. Il Poli, manovrava la corda dal sagrato con la maestria di un musicista. Alto, imponente, agile e instancabile. Sotto quell'aspetto giovanile c'era un uomo di 70 anni.  
La competenza e il rigore sono indispensabili all´ap­proccio poetico, del quale si nutre la competenza. E lo faceva con amore: quello serio, asciutto ma intenso di chi quelle cose le viveva.  E anche di chi quelle cose le guardava  un po´ da lontano, con l´affettuosa partecipazione di chi vi ha dedicato la vita. Chi sta nel campanile da campa­naro insomma, giacché lui le campane le sa suonare, 
Tutti lo chiamavano Billo. Non era il suo vero nome.-
Era un uomo simpatico, un po' curvo.
L'incedere era lento e dondolante. Si potrebbe imaginare (metaforicamente), che fosse una vaga interpretazione di un dolce moto perpetuo. Sempre sorridente, ma con un sorriso che sta a metà strada tra un velo di malinconia ed una saggia rassegnazione a condurre una vita dura. Non si lamentava mai ed era sempre gentile con tutti.
Al movimento continuo intercalava qualche pausa, specie verso sera, quando si riposava sul terrazzino di casa.
Non saprei immaginare cosa potesse pensare in quei momenti, ma di sicuro, tra le altre cose, si beava della serenità di condurre la sua vita in un paesino senza pretese, dove il tempo scorre con la naturale armonia di un ambiente silvestre adagiato ai piedi del monte.
Se cerco di vedere la scena con l'immaginazione, è tanta la poesia e mi sento immerso in una nuvola mentale che mi lambisce (trasportandomi nel regno dei sogni) dove lo spazio è infinito.
Camillo si alzava tutte le mattine di buonora per suonare l'Avemaria, tirando alternativamente le funi che pendevano nella cella del vecchio ed austero campanile. Era ancora buio quando il suono delle campane, squarciando il silenzio notturno, si spandeva nella vallata i cui fianchi formano il grande solco dove scorrono il fiume Serchio e le parallela strada ferrata.
Gli abitanti, di certo, venivano svegliati, ma di sicuro si rigiravano per schiacciare l'ultimo pisolino.
Tutto era avvolto in un caldo e schietto vivere di gente povera, ma dignitosa, dove l'equilibrio esistenziale diffondeva il gusto di una vita vera e genuina.
Dopo questa breve scampanata, i battagli si fermavano, risucchiandosi la coda degli ultimi rintocchi; poi tornavano a dormire. Si risvegliavano nuovamente la sera per mandare a letto, con il vespro, gli stanchi e operosi paesani.
La chiesetta del paesino di Bolognana si trova sul lato sinistro della valle, alle pendici del monte Gragno e accoglie come un'autorevole e discreta madre, il suo paesino adagiato sul dolce declivio del fianco del monte che, nella parte più bassa conduce allo scorrere silente, garrulo a volte, del fiume Serchio.
Camillo ancora con il buio, entrava di soppiatto in canonica. Sul bancone della sagrestia accendeva una candela e quindi si apprestava a preparare la Chiesa per la prima Santa Messa. Accudiva l'altare,ricolmando il calice d'oro del tabernacolo con le particolare per la Santa Comunione. Riempiva poi le ampolline di vino per il sacro rito della Consacrazione e accendeva tutte le candele.
Camillo era una persona attiva e importante. Era come l'olio lubrificante nei meccanismi per far si che tutto scorra.
Nel rimanente spazio della giornata, portava a termine il suo lavoro, la sua casa, i suoi campi
Sono passati circa sessant'anni e se oggi, di buon mattino, mi trovo a scrivere queste righe, probabilmente la ragione è che un'intensa nostalgia mi sta portando a riassaporare una parentesi dell'adolescenza che mi rinfresca e ravviva l'anima.
E il desiderio di ricordare quest'uomo, con la speranza di poter partecipare alla riconoscenza con il favore di tutti i paesani con la messa in posa di una piccola lapide al campanile, a ricordo per quello che Camillo ha fatto per noi.

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