Un saluto


UN SALUTO E BEN VENUTI.

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Questo bel dire è un atto d’amore verso il proprio paese e verso la propria gente.
Per un prezioso recupero delle memorie e delle tradizioni dei luoghi, la rivendicazione appassionata, intelligente e riccamente documentata delle proprie origini e della propria identità culturale.
È il segno del profondo attaccamento e dell’affetto che ci lega alla propria terra e ai suoi paesani.
È un pensiero che è tanto più importante e apprezzabile in quanto viene scritto in un tempo in cui tutto si dimentica, si banalizza e si standarizza, rinnegando e distruggendo la nostra vera ricchezza costituita dalle memorie e dal paesaggio che abbiamo ereditato, costruito dalla nostra gente anno dopo anno, secolo dopo secolo, con amore, fatica, sacrifici e saggezza.

lunedì 30 dicembre 2013

L'amata farina di neccio

La farina di neccio

LE MONDINE

E’ autunno, ai grandi alberi nelle selve cadono i cardi. Un frutto prelibato si libera. Si colgono con gioia insieme con i figli e gli amici.
Si torna a casa. Si fanno le mondine. E’ come se fosse un rituale, stupendo, bellissimo. C’è la padella del nonno ,quella bucata con il manico lungo. Le castagne vengono castrate perché non scoppino, Il fuoco è acceso ma non molto forte. Si mettono le castagne nella padella che si appoggia sul garzone e lentamente si fanno cuocere.
Cuocerle è un’arte. L’uomo con movimenti lenti e sapienti le lancia in aria, si girano, s’indorano.
Un buon bicchiere di vino le insaporisce, sia gettatovi sopra durante la cottura, che bevuto mangiandole.
Note: a) Se le castagne sono molto fresche per evitare che scoppino bisogna praticare una incisione sulla buccia. 
b) Il fuoco non deve mai avere la fiamma troppo alta, rende bene la parola sopito, altrimenti si brucia la buccia e la castagna rimane cruda.
c) Per trovare l’esatto punto di cottura osservate che la buccia diventa un po’ sbruciacchiata e si stacca con facilità.
d) La miglior prova di cottura è quella dell’assaggio.
Attenzione a non finirle tutte prima di offrirle ai commensali.
e) Sono molto buone anche fredde e quando eravamo ragazzi e si andava a scuola, qualche volta ce le portavamo in un cartoccio (meglio una tascata) per merenda.
Per i più ghiotti: Provate una volta che sono sbucciate a tuffarle nel miele o di acacia o di mille fiori.
Sono più buone dei famosi marrons glaceès.
Per un divertente stuzzichino si possono fare degli spiedini con 2 o 3 castagne, poi mettete sul fuoco un pentolino e fate del caramellato, quando è pronto tuffateci gli spiedini poi lasciate raffreddare e poi buon appetito.
I BALLOCCIORI
Prendete le castagne nella quantità desiderata e mettetele in abbondante acqua fredda.
Aggiungete una manciata di sale, alcune foglie di alloro e alcuni rametti di finocchio. Portare lentamente a ebollizione e continuare la cottura sempre molto lentamente fino a quando le castagne non siano ben cotte.
Si possono mangiare sia calde che fredde.

Le qualità più indicate sono le carpinesi o i marroni. In queste due qualità la buccia si stacca meglio.
Alcuni amano mangiarle con del miele sopra (miele di acacia) e sono forse meglio dei marrons glaceés perché sono meno dolci e si sente meglio il sapore della castagna.
LE TULLORE
Altro termine dialettale per indicare le castagne secche bollite: borghe.
Ingredienti: 
castagne secche 600 gr.
1 litro di latte (latte intero)
1 litro di acqua
2 / 3 foglie d alloro

qualche pezzetto di finocchio selvatico
Mescolate latte e acqua, metteteci a bagno le castagne per circa 12 ore.
Trasferite il tutto in una pentola di coccio, aggiungete l’alloro (a piacere anche il finocchio) e far bollire a fiamma dolcissima per circa due ore mescolando di tanto in tanto.
Quando le castagne sono belle cotte si possono gustare calde o tiepide aggiungendo per i più golosi qualche cucchiaio di zucchero o panna.
LA POLENTA DI NECCIO
Ingredienti: 
acqua
farina di castagne (mezzo chilo di farina ogni litro
di acqua)
sale q.b.
In una capace pentola (meglio un paiolo di rame) mettere a bollire l’acqua nelle quantità desiderata con il sale. Quando bolle nella proporzione sopra detta, dopo averla setacciata, gettare tutta insieme la farina. Noterete che coprirà completamente la superficie dell’acqua. Infilate un bastone del diametro di circa 3 cm (in dialetto si chiamava mestone) e dal foro uscirà acqua bollente.
Mescolare energicamente da destra verso sinistra in senso rotatorio più velocemente possibile e con forza in modo da non formare grumi. Qualora l’impasto risultasse troppo duro aggiungere acqua bollente. Continuate a mescolare e fate cuocere per circa trenta minuti.
A questo punto la polenta è cotta, toglietela dal fuoco e con un mestolo bagnato di acqua cercate di riunire la polenta al centro del recipiente. Rovesciate il tutto sulla spianatoia di legno bagnata di acqua battendo il bordo per farla cadere tutta insieme e per far sì che assuma la classica forma del cosiddetto tombolo.
Tagliatela a fette (una volta si usava un filo o un apposito archetto) e gustatela.
E’ buona anche da sola, si può comunque mangiare con ricotta, formaggio fresco, ossi di maiale bolliti o altri vari intingoli.
E’ ottima anche a colazione, inzuppata in un buon latte caldo oppure fritta o abbrustolita sulle braci.
I NECCI
La farina di castagne, specialmente se è macinata da poco tempo, è ottima per fare i tradizionali necci (specie di focaccine da gustarsi soli o riempiti e arrotolati con ricotta, salsiccia, pancetta, ecc.).
Si impasta la farina con acqua e un pizzico di sale fino ad avere una pastella omogenea e piuttosto consistente.
Per ottenere i necci si usano i testi, che sono dei dischi di ferro di un certo spessore con un lungo manico per facilitare la cottura sul fuoco del camino (si possono però scaldare anche sul gas).
Si ungono i testi con il lardo, si può usare anche mezza patata inumidita in olio. Si accoppiano e si mettono a scaldare a fuoco moderato altrimenti si stemperano ed il neccio vi rimane attaccato. Sempre uniti si girano, quindi si aprono e si ungono di nuovo, si mette una o due cucchiate di impasto e ci si pigia sopra con un legno per rendere il neccio sottile ( più l’impasto è liquido più il neccio viene sottile). Si girano i testi sul fuoco per alcuni minuti ed appena cotto si toglie il neccio. 
Si ungono nuovamente i testi, si mette l’impasto e così via, badando di girare i testi e scambiarli in modo che entrambi restino caldi.
CASTAGNACCIO O TORTA DI NECCIO
Ingredienti: 
farina di castagne gr. 300
olio
sale
rosmarino (un rametto)
pinoli gr.50
uvetta gr.50 (facoltativa)
qualche gheriglio di noce (facoltativo)
buccia di arancia tagliuzzata
Dopo averla setacciata mettete la farina in una terrina, unitevi 3/4 cucchiai di olio, un pizzico di sale e impastate con l’acqua fino ad ottenere un impasto omogeneo e dalla densità di una crema, aggiungete tutti gli altri ingredienti.
Ungete con olio (o anche con burro) una teglia e versatevi l’impasto fino ad 1/2 cm di spessore non di più. Distribuitevi sopra un filo di olio di oliva e qualche foglietta di rosmarino.
Mettete in forno caldo per circa 50 minuti. L’importante è far cuocere finchè il castagnaccio non si presenterà screpolato e di un bel color cioccolato.
LA VINATA
In una casseruola si mette del vinello (in gergo picciolo) oppure si allunga con acqua del normale vino da tavola rosso; si aggiunge mescolando qualche cucchiaio di farina di castagne (preventivamente setacciata). La giusta densità si trova quando la mestola di legno viene tirata su velata di biancastro.
Si mette la casseruola sul fuoco e si porta ad ebollizione mescolando continuamente. Quando fa plotta, plotta, La vinata è bella e cotta. Si scodella e si mangia calda. Molto efficace quando in inverno abbiamo la tosse o il mal di gola, o quei mail da raffreddamento.
Note: Picciolo. Si tratta di un vinello che viene ottenuto nel modo seguente: quando si strizzano nel torchio le uve, una volta fatto uscire il mosto, si allenta la pressa si bagnano le vinacce con acqua e si strizza nuovamente.
Si ottiene un liquido piuttosto chiaro, che dopo una brevissima fermentazione va bevuto subito, in quanto non avendo praticamente quasi nessun grado alcolico è molto facile che prenda cattivi sapori o che si deteriori.
Questa antica pratica oggi è caduta in disuso.
FARINATA DI FARINA DOLCE
Far bollire in una casseruola dell’acqua poi, poco alla volta, versare a pioggia la farina di castagne (circa 400 gr. possono bastare per 4 persone) preventivamente setacciata, rumando continuamente, fino ad ottenere un impasto omogeneo e piuttosto denso. Far cuocere mescolando per circa 15 minuti.Servire in scodelle versandovi sopra latte freddo o ricotta.
N.B. Consigliamo sempre di setacciare la farina dolce, in quanto conservandola ha la tendenza a formare come dei grumi. Inoltre per una buona conservazione della stessa, molte volte viene pressata dentro un recipiente.
Setacciandola ritorna molto soffice ed è più facile lavorarla. A Bolognana questa preparazione prende il nome di manafregoli o anche tatini.
IL PAN DI NECCIO
gr. 300 di farina di castagne
gr. 200 di farina bianca
gr. 200 di zucchero 
succo e buccia grattata di un arancio
4 cucchiaini da caffè di bicarbonato
Impastare il tutto molto bene con il latte fino ad ottenere un pane morbido e cuocere su di una placca da forno unta.
Forno a circa 200 gradi.
LA PATTONA
Si tratta di una specie di dolce a forma di pane che si era soliti fare nei giorni immediatamente precedenti le feste di natale.
Ingredienti: 
gr.500 farina di castagne 
gr.100 circa farina bianca 
gr. 30 lievito di birra
gr. 50 di fichi secchi tagliati a piccoli pezzi
gr. 50 di gherigli di noci tritati grossolanamente
buccia di arancio a piccoli pezzi
un pizzico di sale
vinello o picciolo (in mancanza metà acqua e metà vino) q.b.
Si scioglie il lievito in un po’ di acqua calda.
Si dispone la farina di neccio (che avrete setacciato) a fontana su di un piano di lavoro.
Si fa un buco nel centro e si mettono dentro tutti gli altri ingredienti.
Si impasta bene con vinello o con acqua e vino, aggiungendo farina bianca fino ad ottenere un impasto ben compatto (tipo pasta del pane) che verrà fatto lievitare per alcune ore ben coperto.
Cuocere il pane di neccio (pattona) in forno possibilmente a legna.
CIALDONI DI FARINA DOLCE
In una terrina mettere della farina dolce precedentemente setacciata, rumare energicamente con acqua fino ad ottenere una pastella piuttosto densa. Aggiungere uno o due cucchiai di olio a seconda della quantità ed un pizzico di sale.
Rumare ancora energicamente.
Mettere al fuoco o al gas, dopo averli unti, gli appositi testi fatti a forbice; scaldare da tutti e due i lati. Quando sono caldi, ungerli di nuovo e porre al centro un cucchiaio di pasta. Stringere la forbice, farli cuocere da entrambe le parti, non appena cotti togliere il cialdone e arrotolarlo dando la classica forma a cono di gelato.
Continuare l’operazione fino ad esaurimento dell’impasto.
Dopo pochi secondi il cialdone sarà diventato croccante:
Si può gustare con ripieno di ricotta o panna.
Sono veramente squisiti.
Per ottenere una ventina di cialdoni sono sufficienti circa gr. 300 di farina dolce.
Se ve ne avanzano non vi preoccupate, metteteli in un barattolo di vetro ben chiuso in modo che non sentano l’umido e saranno buoni per due mesi.
CIALDONI 2
La ricetta descritta è sufficiente per ottenere circa 40 cialdoni.
500 gr. di farina setacciata
300 gr. di zucchero
2 tuorli d’uovo
un pizzico di sale
un bicchierino di liquore (sassolino, anice, sambuca)
acqua q.b.
In una terrina impastare mescolando gli ingredienti sopra descritti ottenendo una pastella piuttosto densa.
Procedere poi alla cottura come indicato nella ricetta dei cialdoni di farina dolce.
LE FRITTELLE DI NECCIO
Stemperare la farina di castagne in acqua fredda e formare una pastella non troppo liquida a cui unirete un po’ di olio e un pizzico di sale.
Mettete al foco una padella con abbondante olio di oliva (una volta si usava lo strutto di maiale) e quando sarà ben caldo versare il composto a cucchiaiate in modo da formare le frittelle.
Lasciarle cuocere rigirandole di quando in quando.
Fatele scolare, una volta tolte dal fuoco, o su una carta gialla o su una carta da fritti.
Si mangiano calde o tiepide.
N.B. All’impasto si può aggiungere dell’uva secca del tipo piccolo ed allora diventano proprio un dolce. 
Si possono mangiare anche cosparse di ricotta.
I CENCI DI FARINA DI NECCIO
Ingredienti: 
200gr. di farina di castagne
100gr. di farina di grano
1 buccia d’arancia grattugiata
1pizzico di sale
2/3 cucchiai di zucchero
1/2 bustina di lievito da dolci
latte q.b.
Impastare gli ingredienti sopra indicati in modo da ottenere un insieme dalla consistenza della pasta per fare le tagliatelle.
Spianare con l’apposita macchina per fare la pasta oppure con il mattarello.
Con una rotella tagliare a rombi o in altra forma geometrica (è importante che non siano molto grandi), poi friggere in abbondante olio.
Farli scolare e servirli caldi.

venerdì 27 dicembre 2013

La chiesa

Bolognana

Frazione : Bolognana   ( Comune Gallicano )
Santo patrono : S. Margherita m.
Zona : Garfagnana
Indirizzo : Via della Chiesa, 20 - 55020 Turritecava
Comune : Gallicano
Parroco : don Emiliano Lovi
Telefono : Tel. 0583 70 84 15 cel 3487748377

Nella valle del Serchio, ai piedi del monte Gragno, pù volte contesa fra Gallicano e i Barghigiani, si trova Bolognana, borgo sorto prima del Mille, dal momento che vi ebbero terre i Rolandinghi, signori di Loppia. Fu comune medioevale con propri Statuti del 1643. 
La sua chiesa parrocchiale, dedicata a S. Margherita, fu eretta in Cura n1467 e in parrocchia nel 1868. Il più antico Libro è quello dei Morti del 1652

Monte palodina



Il monte Palodina, alto 1171 metri, posto sullo spartiacque che divide le valli della Turrite Cava e della Turrite di Gallicano, all'interno del gruppo meridionale delle Apuane è la montagna che più si allontana dalla cantena principale per affacciarsi sulla Valle del Serchio. La vetta si raggiunge dalla foce omonima con circa venti minuti di cammino, lungo un crinale panoramico, che attraversa un suggestivo boschetto di betulle. Prima della rampa finale, sulla destra, è ancora presente un vecchio e maestoso faggio, all'ombra del quale sostavano un tempo i pastori e che è ricordato nelle rime dei poeti locali. La posizione marginale rispetto alla catena apuana nonchè il particolare affaccio sulla Valle del Serchio, fanno di questa vetta uno dei migliori punti panoramici della zona, da cui si riesce a godere contemporaneamente della vista dell'Appennino, delle Apuane, della Garfagnana e della piana di Lucca. Dalla cima, nei giorni 25 febbraio e 15 ottobre di ogni anno, si può assistere al singolare spettacolo del doppio tramonto del sole attraverso l'arco del Monte Forato. Il Monte Palodina è stato recentemente inserito nell'elenco dei Siti di Interesse Regionale (S.I.R.) per le sue peculiarità naturalistiche rappresentate da entità floristiche di pregio.


Camillo il campanaro. (Da definire)


La tradizione popolare spesso racconta e descrive di fatti curiosi, di realtà all’apparenza fantastiche in cui piccoli e grandi uomini sono i protagonisti.
Anche la nostra terra, aggrappata agli Appennini, immediatamente a ridosso delle grandi montagne, è ricca di storie e di leggende in cui il sapore nostrano di quel vivere quotidiano così diverso dal presente, riemerge con nostalgia.
È giusto dare un volto, una voce, a queste realtà.
Allora i volti si confondono nelle ombre della notte, le cose antiche, oggi in disuso tornano per un attimo a funzionare, quel tanto che basta per condurre la mente nel mondo dei ricordi.
Ma il tempo fugge inesorabile verso la sua fine confondendo i contorni delle forme e diluendo i colori dell’arcobaleno.
Solo il senso della tradizione antica resiste e passa di bocca in bocca riempiendo dell’arcano significato il nostro paese.
I rintocchi delle campane battono ripetutamente: richiamano i fedeli e annunciano l'arrivo dei cavalieri. Il suono parte dal campanile e dalla chiesa si diffonde in tutta la valle.
Era Camillo a imporre quell'armonia. Il Poli, manovrava la corda dal sagrato con la maestria di un musicista. Alto, imponente, agile e instancabile. Sotto quell'aspetto giovanile c'era un uomo di 70 anni.  
La competenza e il rigore sono indispensabili all´ap­proccio poetico, del quale si nutre la competenza. E lo faceva con amore: quello serio, asciutto ma intenso di chi quelle cose le viveva.  E anche di chi quelle cose le guardava  un po´ da lontano, con l´affettuosa partecipazione di chi vi ha dedicato la vita. Chi sta nel campanile da campa­naro insomma, giacché lui le campane le sa suonare, 
Tutti lo chiamavano Billo. Non era il suo vero nome.-
Era un uomo simpatico, un po' curvo.
L'incedere era lento e dondolante. Si potrebbe imaginare (metaforicamente), che fosse una vaga interpretazione di un dolce moto perpetuo. Sempre sorridente, ma con un sorriso che sta a metà strada tra un velo di malinconia ed una saggia rassegnazione a condurre una vita dura. Non si lamentava mai ed era sempre gentile con tutti.
Al movimento continuo intercalava qualche pausa, specie verso sera, quando si riposava sul terrazzino di casa.
Non saprei immaginare cosa potesse pensare in quei momenti, ma di sicuro, tra le altre cose, si beava della serenità di condurre la sua vita in un paesino senza pretese, dove il tempo scorre con la naturale armonia di un ambiente silvestre adagiato ai piedi del monte.
Se cerco di vedere la scena con l'immaginazione, è tanta la poesia e mi sento immerso in una nuvola mentale che mi lambisce (trasportandomi nel regno dei sogni) dove lo spazio è infinito.
Camillo si alzava tutte le mattine di buonora per suonare l'Avemaria, tirando alternativamente le funi che pendevano nella cella del vecchio ed austero campanile. Era ancora buio quando il suono delle campane, squarciando il silenzio notturno, si spandeva nella vallata i cui fianchi formano il grande solco dove scorrono il fiume Serchio e le parallela strada ferrata.
Gli abitanti, di certo, venivano svegliati, ma di sicuro si rigiravano per schiacciare l'ultimo pisolino.
Tutto era avvolto in un caldo e schietto vivere di gente povera, ma dignitosa, dove l'equilibrio esistenziale diffondeva il gusto di una vita vera e genuina.
Dopo questa breve scampanata, i battagli si fermavano, risucchiandosi la coda degli ultimi rintocchi; poi tornavano a dormire. Si risvegliavano nuovamente la sera per mandare a letto, con il vespro, gli stanchi e operosi paesani.
La chiesetta del paesino di Bolognana si trova sul lato sinistro della valle, alle pendici del monte Gragno e accoglie come un'autorevole e discreta madre, il suo paesino adagiato sul dolce declivio del fianco del monte che, nella parte più bassa conduce allo scorrere silente, garrulo a volte, del fiume Serchio.
Camillo ancora con il buio, entrava di soppiatto in canonica. Sul bancone della sagrestia accendeva una candela e quindi si apprestava a preparare la Chiesa per la prima Santa Messa. Accudiva l'altare,ricolmando il calice d'oro del tabernacolo con le particolare per la Santa Comunione. Riempiva poi le ampolline di vino per il sacro rito della Consacrazione e accendeva tutte le candele.
Camillo era una persona attiva e importante. Era come l'olio lubrificante nei meccanismi per far si che tutto scorra.
Nel rimanente spazio della giornata, portava a termine il suo lavoro, la sua casa, i suoi campi
Sono passati circa sessant'anni e se oggi, di buon mattino, mi trovo a scrivere queste righe, probabilmente la ragione è che un'intensa nostalgia mi sta portando a riassaporare una parentesi dell'adolescenza che mi rinfresca e ravviva l'anima.
E il desiderio di ricordare quest'uomo, con la speranza di poter partecipare alla riconoscenza con il favore di tutti i paesani con la messa in posa di una piccola lapide al campanile, a ricordo per quello che Camillo ha fatto per noi.

Fantasie di un racconto sul Monte Gragno



IL MONTE GRAGNO

 Era chiamato “Monte Gragno”, e da sempre sovrastava il paese con la sua forma grottesca, quasi bulbosa, ma che a molti suggeriva l'immagine di una colossale piovra sovrappeso, mollemente fossilizzatasi lì, in quella posizione, ...  
Era chiamato “Monte Gragno”, e da sempre sovrastava il paese con la sua forma grottesca, quasi bulbosa, ma che a molti suggeriva l'immagine di una colossale piovra sovrappeso, mollemente fossilizzatasi lì, in quella posizione, a dominare l'abitato. Secco e aspro nella stagione invernale, costringeva gli abitanti ad accendere le luci già nel primo pomeriggio, nascondendo infatti il Sole con la sua mole, era invece ingentilito e reso meno innocuo nella stagione estiva da un manto verde scuro di boscaglia e prati, in cui però ancora si potevano distinguere le asperità rocciose, che spiccavano fra tutto quel verdume selvatico come croste di una ferita. Scrutandolo nelle giornate più assolate si potevano vedere le numerose zone d'ombra create dalle escrescenze rocciose, le rare zone libere dagli alberi, le rupi rocciose e i precipizi franosi. I paesani più anziani, discendenti di coloro che avevano dato vita al paese, costruendo la Fabbrica Metallurgica intorno alla quale era sorto poi il nucleo dell'abitato, conservavano ancora una sorta di timore reverenziale nei confronti del monte, timore a cui nessuno sapeva dare una spiegazione. Era certo, però, che chiunque, del paese o di fuori, osservando il Gragno si sentisse pervaso da un'opprimente sensazione d'angoscia, o comunque di profondo turbamento del tutto immotivato. Non era un montagna su cui gravavano leggende oscure, non vi erano mai stati strani fenomeni riconducibili ad essa, né nessuno vi aveva trovato la morte esplorandola, per il semplice fatto che nessuno aveva mai avuto il coraggio di avventurarsi sui suoi pendii incolti. Gli abitanti del paese odiavano il monte, e al tempo stesso lo temevano. Fin dal giorno in cui nascevano, quando tutte le mattine si recavano in fabbrica a lavorare, durante il monotono trascorrere di ogni loro singola giornata, scandita dal lamentoso e greve lamento della sirena della metallurgica, ad ogni minuto, ad ogni ora, ad ogni Messa, non mancavano di rivolgere un pensiero malevolo al loro guardiano, magari gettando un'occhiata disgustata alle sue pareti aspre e incolte, per poi subito distoglierne lo sguardo, quasi pentiti di aver osato tanto,e spesso facendosi un fugace segno della croce. Gli abitanti erano infatti molto devoti, e il loro isolamento quasi totale dal resto del mondo aveva accentuato ancor di più il loro fanatismo religioso. Tutti andavano alla Messa almeno due volte a settimana, il parroco era la figura più importante del paese, dopo il sindaco, e le famiglie erano fortemente patriarcali. Questa loro particolare condizione li aveva portati progressivamente ad escludersi dal resto del mondo, e a chiudersi sempre più nelle loro superstizioni, preghiere e, soprattutto, paure.Quel monte li atterriva in maniera inspiegabile, e tuttavia non riuscivano a non andarsene da quel posto, trascorrendovi l'intera vita in maniera a dir poco terribile: sotto ogni cosa bella, ogni festa, ogni evento, ogni sagra si sentiva questo retrogusto amaro emergere sempre di più, come a preannunciare che una fine, una terribile ma pur sempre sperata fine, ci sarebbe stata.E alla fine, in una molle ma ventosa giornata d'inizio maggio, l'abissale e insondabile malvagità nascosta dietro alla tozza e deforme sagoma della montagna si rivelò in tutta la sua terribile e devastante realtà.Quella mattina Giuliano Satti cantava a pieni polmoni la lunga “e” iniziale dell'organa a quattro voci “Sederunt Principes” nella Chiesa del paese col resto del coro, accompagnato da un violoncello. Faceva parte infatti del Coro Gregoriano Cattolico del paese, che cantava alle Messe che si svolgevano giornalmente nella Chiesa.Giuliano era un ragazzo di diciott' anni, nato e cresciuto all'ombra del Gragno, e come tutti nutriva gli stessi sentimenti di morboso disprezzo nei confronti del monte, ma quando una profonda e viscerale vibrazione lo interruppe nel pieno del gioioso gorgheggio finale che preannunciava l'inizio della “u” facendo tremare le vetrate della Chiesa e oscillare i lampadari non pensò nemmeno per un attimo che lo strano fenomeno fosse legato ad esso, come del resto i fedeli riuniti in preghiera. L'anziano prete s'alzò in piedi. Dopo un attimo di assoluto silenzio, ad un cenno del parroco, i cantori e il violoncello ripresero a riempire la lunga navata della Chiesa con il loro canto, ma lo strano fenomeno si era lasciato dietro un pesante senso d'angoscia che rendeva l'aria quasi elettrica. Nessuno all'improvviso si sentì più tranquillo. Terminata la Messa, Giuliano si recò col resto del Coro e col parroco a pranzare in un vicino ristorante. Dopo di che fece ritorno a casa, incespicando nella lunga toga nera necessaria per le funzioni. Giunto a casa gettò su una sedia dell'ingresso la tonaca, si sistemò il nodo della cravatta azzurra e le pieghe dei pantaloni specchiandosi nel grande specchio proprio alla sinistra della porta e, entrato in salotto, si gettò sulla poltrona più vicina. Gli austeri ritratti del trisnonno Erastus e del bisnonno Ezechiele lo fissarono torvi dal muro di fronte. La casa in cui abitava era una delle più grandi del paese (gli antenati di Giuliano erano annoverati fra i fondatori del paese e il nonno di Giuliano era un pezzo grosso nella dirigenza della Fabbrica) e, purtroppo, una fra le più vicine all'odiato monte. All'improvviso, mentre stava quasi per assopirsi sprofondato nella soffice poltrona, una vibrazione del tutto simile a quella che aveva disturbato la Messa quella mattina, se non più forte, squassò l'aria, e si propagò come un'onda invisibile per il paese assopito nel torpore del primo pomeriggio. Giuliano balzò in piedi all'istante, turbato, e corse ad affacciarsi alla finestra. Nulla. Tutto sembrava essere normale. Si volse quindi verso la stanza, pensieroso.In quello stesso istante un altro sordo brontolio percorse l'aria, stavolta facendo vibrare forte i vetri della sala.Il brontolio si trasformò in un gemito profondo e crepuscolare, del quale non si riusciva a stabilire un'origine, e che si faceva sempre più acuto.Tutto iniziò a tremare, come in un terremoto.Giuliano, terrorizzato, cadde a terra, e iniziò a strisciare verso la porta dell'ingresso, mentre i ritratti si staccavano dalle pareti, sfracellandosi a terra, e i mobili ondeggiavano paurosamente. Una crepa percorse scricchiolando il soffitto, e il ragazzo fu investito da una pioggia di polvere d'intonaco.Al culmine della scossa, si udì come uno schiocco, e, in maniera rapida e improvvisa, una terribile onda d'urto si sprigionò dalle pendici del Gragno e investì il paese per l'intera sua estensione.Le finestre della stanza da dove Giuliano cercava di uscire implosero con una violenza quasi surreale, mentre profonde crepe si aprivano nelle pareti dell'abitazione. Giuliano dedusse che una sorte analoga era accaduta alle altre case del paese, dati gli schianti provenienti dall'esterno e le rare grida che si potevano udire.All'improvviso fu silenzio.Giuliano si rimise in piedi, tremante, scrollandosi la polvere dell'intonaco che gli si era accumulata sulla testa. Come in un sogno si accorse di essere stato ferito di striscio ad una guancia dai vetri della finestra esplosa. Nell'incredibile silenzio, si potevano udire soltanto alcuni allarmi di auto che stridevano al nulla da qualche parte del paese e il gocciolio del sangue che dalla ferita sulla guancia ticchettava sul parquet impolverato.E poi, di colpo, la sirena posta sulla Torre della Sirena, un'alta costruzione cilindrica in cemento che spiccava nel profilo del paese come una guglia gotica, suonò. Suonò come non suonava più dai tempi dei bombardamenti aerei sulla fabbrica: suonò l'allarme.Il suo cupo e angosciante lamento riempì l'abitato, riscuotendo Giuliano, che, asciugatosi dal sangue con la manica, subito uscì dalla casa.I gemiti della sirena proseguivano, uno dopo l'altro, come una richiesta d'aiuto, in maniera monotona ma a suo modo inquietante.In breve tempo le strade del paese furono piene di gente vociante e spaventata. Tutti fissavano il monte, e quando Giuliano li imitò, fu colto dal terrore più assoluto: la parete rocciosa più in alto, proprio sotto la cima, si muoveva.La roccia era in una sorta di fermentazione: si sgretolava, si crepava, si muoveva come una superficie melmosa.“Ma che diavolo....!” esclamò il ragazzo, sbalordito.La gente per strada era nel panico più assoluto: chi correva verso non si sa dove, chi fissava come inebetito lo strano fenomeno, chi pregava, chi piangeva. Le campane della Chiesa Maggiore presero a suonare.Si levarono inni religiosi, in molti s'inginocchiavano a terra e pregavano: il loro terrore più nascosto stava prendendo vita. Un uomo vestito da operaio con in braccio una bambina mezza addormentata urtò Giuliano correndo, gridando a squarciagola, come un invasato “E' la fine dei giorni! La montagna! Aaah, l'orribile montagna!”. Alle sue urla ne fecero eco altre, ben più numerosi e altrettanto isteriche. Da qualche parte sì udì uno stridio di freni e uno schianto. Un coro di grida femminili si levò da una villetta poco lontana.Dopo pochi istanti, la parete rocciosa franò. Nonostante i pianti della sirena, si udì chiaramente il rimbombare del crollo. Macigni e enormi zolle di terra si staccarono dal pendio e rotolarono lungo le pendici del monte, frammentandosi, sradicando alberi e spezzando i grumi di roccia che sporgevano dalla boscaglia. Una nuvola di polvere si levò in alto, ben oltre la cima del monte. Diradatasi che fu, tutti poterono vedere con orrore che al posto di quella che, poco prima, era la parete di roccia nuda più estesa della montagna, vi era ora una scura voragine, simile ad una grotta, ma molto più estesa e larga. Il muro di roccia si era sgretolato come un guscio di sabbia secca.Come in un sogno Giuliano osservava quella nera bocca maledetta.Improvvisamente un tremendo boato scosse il paese, gettando a terra gli abitanti terrorizzati, e sovrastando addirittura la sirena che, imperterrita, continuava il suo lugubre cantico.E, in una maniera che a tutti parve davvero surreale, la voragine nera vomitò.Da essa proruppe infatti un enorme getto marrone di quello che, in quei pochi secondi che rimase sospeso nell'aria, parve a tutti fango misto a pietre e alberi.L'immonda colata fu costretta dalla forza di gravità ad interrompere il suo percorso quasi orizzontale e a spiaccicarsi lungo il pendio del Gragno, colando velocemente verso valle, verso il paese, trascinando con se ogni cosa.La folla fu presa dal panico.Lottando per non essere trascinato via dalla calca indescrivibile, gli venne in mente come avrebbe potuto mettersi in salvo: conosceva infatti un colle che sovrastava il paese proprio di fronte al monte. Il problema era arrivarci.Giuliano avanzò a spintoni fra le persone che correvano in ogni direzione, scavalcò un uomo che giaceva apparentemente svenuto a terra e si diresse verso la parte vecchia del paese. Una sirena, quasi certamente di una volante della polizia, prese a suonare. Vi fu un tremendo botto, e la sirena si spense mugolando.Arrivare lassù era tutt'altro che facile: il paese intero si era riversato in strada, tutti cercavano di mettersi in salvo, e non senza metodi anche poco cristiani. La jeep del signor Treggiata, vicesindaco, si fece largo aprendosi un varco nella turba di gente, a folle velocità, sbalzando via i poveri sventurati che non facevano in tempo a scansarsi. Nell'aria echeggiarono diversi colpi di pistola. Giuliano fu gettato più volte a terra da persone urlanti che lo urtavano fuggendo verso non si sa dove. Un uomo in completo color magenta uscì da una casa carico di scatole di cartone. Una donna che correva nella direzione opposta lo urtò, facendolo finire gambe all'aria con le sue scatole. Diversi pezzi d'argenteria si sparsero tintinnando sul marciapiede. L'uomo e la donna si guardarono a vicenda per alcuni istanti, poi guardarono l'argenteria, e, di colpo, vi si gettarono entrambi, litigandosela. Un'ulteriore vibrazione sconquassò l'aria, seguita da un forte schiocco, e i due abbandonarono immediatamente il tesoro, per darsela a gambe.Giunto in prossimità della Chiesa Maggiore, Giuliano incrociò alcuni dei membri del Coro Gregoriano Cattolico, che tranquillamente, vestiti con le toghe nere indossate durante le funzioni, si stavano apprestando a entrare nel tempio, guidati dall'anziano parroco, Don Giuseppe.Giuliano si parò loro davanti, trafelato: “Presto, che fate? Venite con me, conosco un posto sicuro, sulla cima di quel colle!” gridò loro, indicando la direzione verso la quale stava andando.Don Giuseppe, per nulla turbato, lo guardò negli occhi: “Figliolo, non c'è scampo all'ira del Signore! Come Lui distrusse Sodoma e Gomorra con fuoco e zolfo, senza che nessuno potesse mettersi in salvo, distruggerà questo nido di peccato con acqua e fango, senza che nessuno possa salvarsi. E adesso, scegli una morte santa e pia unendoti a noi nella preghiera di questi ultimi istanti, non fuggendo come un agnello spaventato! Salire lassù non farà che prolungare la tua agonia.”Giuliano inorridito si volse verso i suoi colleghi del Coro: “Ma non volete nemmeno tentare? Non volete nemmeno.....Vi prego, venite con me!”“Abbiamo deciso di restare a morire. Del resto, anche se ci mettessimo in salvo, avremmo certamente perso tutto, e tutti...che senso avrebbe quindi vivere?” fece Taddeo, il figlio più grande del sindaco.“Voi siete matti! Per favore, ragionate!” riprese quest'ultimo.“Giuliano...forse non hai capito....non riuscirai a salvarti....moriremo tutti! Tutto è perduto!” gli disse Bartolomeo, un ragazzone di vent'anni, che accompagnava i cantori col suo violoncello, con una nota quasi isterica nella voce, stringendosi convulsamente al suo strumento.“No! Voi siete matti! Se volete morire come topi chiusi in quella Chiesa, fate pure! Io mi salverò!” gridò loro Giuliano, arretrando. I loro sguardi che quasi lo biasimavano lo riempirono di orrore. Un profondo boato li fece tutti sussultare. Il ragazzo si voltò e riprese la sua fuga.Non si era allontanato che di pochi passi quando gli giunse alle orecchie la voce di Don Giuseppe, squillante, infervorata da una vena di fanatismo, riconoscibilissima anche in mezzo a tutto quel caos di urla: “Figliuolo! Unisciti a noi! Torna qui! Nessuno sfugge all'ira dell'Onnipotente!”.Reprimendo le lacrime, il ragazzo si affrettò su per una stradina laterale, deserta. Un terribile fetore che ricordava i liquami di una discarica sotto il sole d'agosto mischiati a litri d'ammoniaca prese a farsi sentire sempre più forte.Già si riuscivano ad udire i rimbombi delle prime case colpite dalla marea avanzante e il terribile fragore di questa quando Giuliano giunse sulla cima del colle. Era questo una sorta di cocuzzolo diviso in terrazzamenti, utilizzato un tempo per una vigna, di cui restavano ora alcuni tralci inselvatichiti. L'erba vi cresceva alta e solo da qualche anno gli alberi avevano iniziato a riappropriarsene. Con un ultimo sforzo, i piedi doloranti calzati in eleganti, ma inadatte alla corsa, oxford ormai non più tanto lucide, giunse ansimante al terrazzamento più alto, spoglio di alberi e battuto da forte vento, denso dell'odore mefitico della brodaglia assassina.Là si accorse, non senza una certa sorpresa, che avevano trovato rifugio sul colle anche Amedeo, un giovane seminarista suo conoscente e coetaneo, Gebedia, trentenne proprietario di una piccola gelateria, il signor Cosacchi, suo padre, e, incredibilmente, il suo grande amico, il figlio del vicedirettore della Metallurgica, Antonino De Ivres.Quest'ultimo, che se ne stava seduto in disparte addossato ad un vecchio ceppo marcio, alla vista dell'amico, balzò in piedi e corse ad abbracciarlo.“Giuliano! Giuliano! Oh, Dio del Cielo, Ti ringrazio! Almeno tu! Oh, Dio, almeno tu...!” gridava, abbracciando il compagno, che come inebetito si lasciava stringere, ancora profondamente turbato per la sorte dei suoi compagni coristi.Da lassù si riusciva ad avere un'incredibile panoramica del paese e del Gragno. La voragine scura continuava intanto a rigurgitare un'orribile valanga di fango e terra, che non sembrava dar cenno di diminuire. La colata aveva intanto già invaso gran parte del paese. La densa ondata travolgeva le abitazioni e sommergeva le strade, dove le persone ancora cercavano di mettersi in salvo. Le loro urla erano chiaramente udibili fin sopra il colle. La sirena della fabbrica continuava intanto a suonare lugubre, accompagnata dal rintocco squillante delle campane della Chiesa.Dalla montagna giunse un ulteriore boato, seguito da uno schiocco secco e assordante, e il getto di liquame aumentò notevolmente. La densa marea avanzava con un'incredibile velocità.Giuliano si accorse con orrore che altri pozzi si stavano aprendo nei fianchi del monte, e questi nuovi orifizi prendevano a loro volta a defecare quell'immonda sostanza fangosa.Le case venivano investite dalla pesante e densa sostanza, che ne sfasciava porte, finestre e tetti, penetrava fin nelle strutture più interne e trascinava con se le fondamenta, sradicando le abitazioni e facendole crollare miseramente. Le persone finivano invece sepolte dall'inaffrontabile ondata, e restavano schiacciate e soffocate in maniera orribile, incapaci di poter fuggire o affrontare l'incessante flusso. Dal colle Giuliano e i suoi compagni di sventura osservarono agghiacciati alcune persone arrampicarsi sul campanile della Chiesa Maggiore, udivano le loro preghiere e le loro urla. Anche da lassù Giuliano riuscì a scorgere con orrore la sagoma della tonaca bianca e viola di Don Giuseppe ritto in piedi sulla sommità del tetto piatto del Campanile, le braccia aperte verso l'alto, e numerose figure in nero inginocchiate attorno a lui, miste a varie altre persone. Il vento gli portò un eco di Dies Irae, e qualche nota di violoncello che lo accompagnava, e il suo cuore parve fermarsi. L'ondata marrone colpì la torre campanaria e vi si strinse attorno, trascinandola via in pochi secondi, soffocando lo squillare delle campane, e con sé le disperate suppliche e i canti. Subito dopo invase la Chiesa Maggiore. Le solide pareti in cemento armato ressero all'impatto, ma quando la forte corrente marrone sfondo le grandi vetrate colorate e si insinuò all'interno, l'intera, slanciata struttura parve avere un fremito. In pochi istanti restò visibile solo parte della facciata anteriore, ondeggiante nel flusso distruttore. La marea assassina giunse quindi alla fabbrica, turbinando e ribollendo, e la distrusse, fra i vapori provocati dal contatto delle fonderie ardenti con la fanghiglia. I capannoni venivano schiacciati come scatole di fiammiferi, le ciminiere e i silos ribaltati, distrutti e sommersi. La ciminiera più alta, verniciata a strisce rosse e bianche, e simbolo del paese, franò su se stessa, senza la minima resistenza, l'esile struttura in mattoni e ferro sfaldata dallo tsunami denso di macerie, pietre e pesante fanghiglia. Accartocciandosi su se stessa colpì esattamente al centro l'Edificio Amministrativo della fabbrica, aprendovi un lungo squarcio verticale, prima di essere entrambi trascinati via in macerie dagli scuri flutti.Antonino trattenne il fiato e si porto le mani alla bocca: suo padre era sicuramente rimasto nell'ufficio al secondo piano dell'Edificio Amministrativo.Giuliano gli strinse la mano, e i due amici proseguirono così uniti a guardare la distruzione del paese dove avevano trascorso la loro breve vita.Solo per un attimo Giuliano si accorse che i suoi genitori erano probabilmente già morti, e con loro i nonni, e la sorella. Non li aveva nemmeno visti prima del disastro. Si stupì di non provare pressoché nulla. La scena che gli si parava davanti bastava a raggrumare tutte le sue emozioni in un unico pensiero.La Torre della Sirena fu una delle strutture distrutte per ultime. Fino all'ultimo continuò ad emettere incessante il suo pianto disperato. Il flusso mefitico ne circondò la base, e prese ad accumularvisi intorno, man mano che il livello della fanghiglia si alzava. Giunto che fu fin quasi al tetto in rame della Torre, ne penetrò le fondamenta e gli interni. Il cantico di morte della sirena proseguì fino a che non fu visibile solo parte del tetto con la trombetta sulla sommità. Dopo pochi istanti la torre dovette cedere, spezzandosi, poiché si vide la cima del tetto piegarsi di lato per poi scomparire al di sotto dell'ondata con un ultimo, lugubre muggito ed essere trascinata via in macerie.
Il paese ora era del tutto sommerso. Forti vibrazioni continuavano a susseguirsi ogni pochi secondi. Giuliano osservava orripilato il rigurgito aumentare ancora e ancora, i pozzi che si aprivano sempre più numerosi, gli schiocchi che si susseguivano sempre più frequenti.....fino a che l'intero monte si disgregò in tanti brandelli rocciosi, sotto cui ribolliva un'enorme polla di fanghiglia ribollente e maleodorante, che pareva fuoriuscire da un'immensa voragine sotterranea, innalzandosi per la stessa altezza che era stata del monte, spiccando curiosamente nitida ma irreale contro l'azzurro cielo primaverile.Il fragore era assordante.Il ragazzo strinse con più vigore la mano di Antonino.L'ondata si spandeva ormai per ogni dove, salendo vertiginosamente di livello. In poco tempo arrivò a lambire la cima del colle su cui Giuliano si era rifugiato, e in poco tempo il ragazzo si rese conto che il parroco e i coristi avevano ragione: non si sarebbero salvati. Erano circondati, bloccati su un cocuzzolo erboso che si rimpiccioliva sempre di più.Ovunque si poteva guardare, non si vedeva altro che una distesa marrone ribollente, costellata da chiazze oleose simili a crateri lunari, densa di macerie, cadaveri irriconoscibili, vetture, alberi e ogni sorta di oggetti o resti di essi, da cui spuntavano le cime dei monti più alti come isole in un mare.Il signor Cosacchi gemette “Siamo perduti!” e si strinse al figlio, che fissava stravolto la fine avvicinarsi.Amedeo, le mani giunte, gli occhi serrati, mormorava sottovoce quella che sembrava una lunga preghiera in latino.Giuliano guardò negli occhi Antonino, che piangeva in silenzio, e tentò di sorridergli in modo rassicurante.Tranquillo” gli disse “Andrà tutto bene...”“Quanto vorrei fosse vero, amico mio” gli rispose fra le lacrime Antonino.“Amici, diciamo una preghiera!” esclamò solenne Amedeo e iniziò ad intonare la versione cantata del Padre Nostro. Giuliano e gli altri si unirono al canto.E finalmente, come a porre fine una volta per tutte all'orribile disastro, da sotto i litri e litri di fanghiglia scura proruppe una sorta di bolla di gas maleodorante, che esplose in superficie ammorbando l'aria e provocando un enorme ondata di rigurgito fangoso, che si ampliò per ogni dove.Giuliano fece appena in tempo a farsi il segno della croce e a stringere più forte che poteva la mano di Antonino.

Guerra in Garfagnana settembre 1944 novembre 1944

Inizialmente la Garfagnana doveva essere risparmiata dagli eventi bellici di quel periodo: nei piani dei Tedeschi era considerata, assieme alla Versilia, una zona bianca, adibita a raccogliere gli sfollati dei territori interessati dagli scontri. Eppure non fu così: si consumò una guerra di logoramento tipica delle battaglie di trincea della Prima Guerra Mondiale che durò 7 mesi, caratterizzata prevalentemente piccoli scontri tra le pattuglie armate.

I Tedeschi con la loro ritirata in Garfagnana erano circondati in un fronte da dove potevano essere attaccati lungo 40-50 km che partiva da Ponte a Moriano e giungeva fino a Camaiore e Pietrasanta.
Dopo aver ridefinito le strategie e preavvisato la loro avanzata con serie quotidiane di bombardamenti verso i vari obiettivi militari, gli Alleati guidati dalla divisione "Buffalo" e dai partigiani iniziarono la lenta risalita verso i monti garfagnini.
In una settimana i soldati brasiliani avanzarono di circa 20 km liberando Barga ad est del Serchio, Fornaci di Barga (fondamentale per le sue industrie metallurgiche), Gallicano ad Ovest del Serchio, Sommocolonia, Ghivizzano, Piano di Coreglia.
Si andava così a formarsi un fronte che rimase bloccato per tutto l'inverno tra il 1944 e il 1945. Solo le quotidiane incursioni aeree con bombardamenti (soprattutto nell'area tra Castelnuovo di Garfagnana e la Media valle e qualche scontro tra le forze armate smossero una situazione tipica delle guerre di trincea.
I brasiliani furono più volte bloccati lungo il fronte della Linea Verde II dai Nazisti e dai Fascisti delle Divisioni Monterosa e Italia, giunte in rinforzo per volere di Mussolini e Kesselring.
Cominciarono così operazioni notturne di pattugliamenti di partigiani e Alleati nella zona che comprendeva tutta la Valle da Ovest a Est tra le linee degli schieramenti.
La Wintergewitter Aktion e l'operazione Second Wind (dicembre 1944-aprile 
Nel mese di Novembre e per parte del mese di Dicembre del 1944 la situazione rimase immobile anche per la stagione e per le abbondanti piogge cadute, non ci furono sviluppi. Il Comando degli Alleati fu trasferito da Borgo a Mozzano a Bagni di Lucca, mentre le linee di combattimento il centro nevralgico delle operazioni Nazifasciste diventò Castelnuovo di Garfagnana.
Prevalentemente gli scontri erano di artiglieria e si concentrarono nella zona di Fosciandora.
L'evento più rilevante fu la "Wintergewitter Aktion", o "Battaglia di Natale", avvenuta tra il 26 e il 29 Dicembre 1944. Le forze Naziste, guidate dal luogotenente generale Otto Fretter Pico, riuscirono a sfondare le linee difensive alleate, dimostrando i limiti delle difese americane e raggiungendo il 27 Dicembre 1944 la zona Barga, Fornaci di Barga, Bolognana, Gallicano e Vergemoli, distanti una decina di chilometri, dove si trovavano magazzini di armi e munizioni. Gli unici a mantenere le postazioni di difesa furono i partigiani che si rifugiarono sui monti.
Quest'attacco fu fortemente voluto da Mussolini e da Kesselring per avere una dimostrazione della scarsità delle difese nemiche.
In questa situazione, gli Americani furono colti di sorpresa, anche se, dalle loro postazioni sulle alture, avevano notato che i nemici stavano ammassando truppe in preparazione ad un eventuale attacco. La maggior parte delle operazioni si sviluppò nelle alture di Bolognana e Sommocolonia, località comprese tra Barga e Gallicano: una volta conquistata i Nazisti avrebbero potuto controllare le mosse dei nemici fino a Borgo a Mozzano.
Il 28 Dicembre 1944 ci fu l'immediata reazione degli Alleati che, con l'aiuto dei Gurkha nepalesi dell'8 Divisione Indiana e un massiccio bombardamento e mitragliamento di 100 caccia-bombardieri, rispedirono indietro le forze Naziste e riportarono in breve la situazione allo stato precedente.
Gli scontri nella Battaglia di fine anno furono i più feroci del periodo: si contano più di 70 vittime tra le file tedesche e circa 20 tra le file degli Alleati e altrettanti tra i partigiani.
Sommocolonia fu definitivamente liberata il 2 Gennaio 1945 dai soldati della 92 Divisione Buffalo con l'aiuto dei soldati nepalesi.
Questo episodio fu l'ultimo, tra i più rilevanti, fino all'Aprile 1945 sia per le condizioni climatiche sia per la visione secondaria di questo fronte. Come nei mesi precedenti le azioni militari consistevano in pattugliamenti notturni da parte degli Alleati e dei partigiani per poter ricavare più notizie possibili riguardo alle postazioni nemiche.q
Dopo oltre un mese di inattività su tutto il fronte, la prima azione Alleata degna di nota scattò la notte del 5 febbraio 1945 con l'operazione Fourth Term in cui la 92ª divisione attaccò lungo la valle del Serchio, senza però ottenere nessun risultato di rilievo.

Dopo questi scontri i vantaggi furono per gli Alleati dal punto di vista del morale (maggiori consapevolezze di vincere), materiale (conquista di magazzini di armi, munizioni e viveri) e territoriale con l'avanzamento anche se limitato del fronte. Tuttavia la situazione non si sbloccò: a causa delle condizioni climatiche e della scarsa considerazione di questo fronte i tempi di combattimento continuarono ad allungarsi; non si verificarono attacchi importanti, per lo più i soldati Alleati si limitarono a cannoneggiare e bombardare i punti strategici della Valle o a pattugliamenti notturne e azioni di disturbo, con l'aiuto dei partigiani, allo scopo di ottenere notizie sulle postazioni nemiche.
Negli ultimi mesi di guerra, nelle file dei Tedeschi, si moltiplicò il fenomeno delle disserzioni, soprattutto da parte delle truppe italiane della Divisione Monterosa e Italia che si consegnarono direttamente agli Alleati.
Il 18 Aprile 1945 in Garfagnana scattò l'Operazione Second Wind: in un'azione combinata con l'aiuto di pesanti mitragliamenti e bombardamenti, risalendo da Gallicano, i partigiani sfondarono la Linea Verde II seguiti dagli Alleati che, il 20 Aprile 1945, entrarono a Castelnuovo.
Nella fuga i Nazisti continuarono a distruggere ponti strade e gallerie. La Garfagnana, dopo la liberazione della valle e dei comuni circostanti avvenuta entro il 25 Aprile 1945, era stata liberata definitivamente dall'oppressione Nazista.

I danni della guerra

I giorni seguenti la ritirata delle truppe Nazifasciste furono giorni di disordini, la guerra non era ufficialmente terminata né tantomeno gli effetti ridondanti della guerra civile che portarono a vendette e regolamenti di conti tra la popolazione.
Tuttavia la guerra combattuta in queste zone non fu mai eccessivamente violenta, anche se i danni subiti da popolazione ed infrastrutture furono molto ingenti: in totale si contarono 360.000 sfollati. Le varie problematiche nascono quando si tratta di fare la conta delle vittime: per quanto riguarda i civili e i partigiani caduti in battaglia, se ne contano circa 1300; per quanto riguarda i civili, le cifre si attestano sui 2500 morti contando i massacri dei Nazisti. Tuttavia queste cifre non si possono considerare complete perché all'epoca i censimenti dei comuni erano prevalentemente parziali.
Le zone più colpite erano a ridosso di infrastrutture o nei pressi della Linea Gotica. Il simbolo della distruzione di questa guerra fu Castelnuovo di Garfagnana che, per il 95% della sua estensione fu rasa al suolo, bombardata quotidianamente per tutto il periodo dei combattimenti da parte dell'aviazione anglo-americana con danni economici che si contavano a decine di milioni di Lire.
Altre località che furono danneggiate dai bombardamenti furono: Molazzana, Fosciandora, Barga, Gallicano, Bolognana, Camporgiano, Careggine, Pieve Fosciana, Castiglione di Garfagnana, San Romano (e in particolare il Ponte di Villetta, Villa Collemandina, Vagli, Piazza al Serchio e Minucciano.
Molte strade furono bombardate o danneggiate, tra cui il Passo dell'Abetone, il Passo delle Radici, il Passo dei Carpinelli e la maggior parte dei collegamenti.
Oltre ai danni dei bombardamenti alleati si devono aggiungere quelli provocati dai Nazisti e dai Fascisti in ritirata verso strade, gallerie e ponti.

Giorgio · Nessuna visita · Lascia un commento 

Riti religiosi

NATALECCI

I Natalecci, i fuochi del solstizio d'inverno Sabato 24 Dicembre 2011
Ancora negli anni 50 Una tradizione particolarmente sentita a Bolognana era l'accensione dei "Natalecci", che si riproponevano da epoca immemorabile, la sera della Vigilia di Natale appena scende la sera. Dalla durata e dalla resistenza di questo grande falò, acceso dove adesso c'è il magazzino del Giulio infondo alla via della grotta dentro i ruderi della casa franata in tempo di guerra.
Da comportamento del fuoco e dalla sua durata si traevano importanti auspici sul nuovo anno che andava ad iniziare. La costruzione dei natalecci, impegnava giovani e meno giovani per molti giorni, infatti la struttura raggiungeva altezze notevoli e la sua stabilità è garantita da un complicato intreccio di legname ricavato dalla pulitura e rimonda del bosco e del sottobosco.
In Garfagnana questa usanza è ancora celebrata in occasione della vigilia di Natale; consistono in costruzioni, generalmente a forma cilindrica alte più di dieci metri  (possono arrivare anche fino a 20 metri) e con un diametro di tre/quattro, effettuate intrecciando intorno ad un palo di castagno una grande quantità di rami di ginepro. La struttura portante solida  fa in modo che la fiamma sia duratura e ciò si ottiene grazie all'abilità di chi lo costruisce.

Nel corso della preparazione si suole consumare banchetti mentre vengono espresse grida bene auguranti che lodano il fuoco. 


Le “rinchiesate”

Rinchiesare: tornare in chiesa dopo un periodo di assenza per parto.
Rinchiesate: le donne che dopo il parto tornavano in chiesa.
La rinchiesatura era una cerimonia piuttosto semplice: la chiesa ordinava che le puerpere, prima del battesimo della creatura alla quale avevano dato la vita, dovevano recarsi in chiesa, vestite di scuro, con il capo coperto da un velo o da un fazzoletto nero allacciato sotto la gola e fermarsi sulla porta del tempio.
Il sacerdote accendeva una candela consegnandola alla donna e, pregando, entravano in chiesa.
Il sacerdote, aspergeva con l’acqua santa la penitente che, pregando, andava in pace. La cerimonia della rinchiesatura era finita.
Questa cerimonia a Bolognana si è protratta fino agli anni 1958/1960, poi fu tralasciata per disposizione della gerarchia ecclesiastica.
Prima della rinchiesatura la donna non poteva ricevere il sacramento della Comunione se non in grave pericolo di vita, a discrezione del sacerdote.

La benedizione delle stalle e dei campi

Molti anni fa, quando ero ancora bambino era in uso tracciare una piccola croce sugli usci delle case e delle stalle, delle capanne, dei metati e perfino dei pollai, usando una candelina benedetta accesa, prima in chiesa davanti al sepolcro di Gesù morto.
Il segno di croce così tracciato allontanava gli spiriti cattivi, streghi e streghe.
Sempre nella settimana santa le mamme cucivano i brevi, dei pacchettini quadrati contenenti pezzetti di foglie di olivo benedetto, pezzetti di palma e di candeline.
Il breve, confezionato con stoffa color rosso, ed assicurato con due fettucce alle corna delle mucche che dovevano figliare, aveva anche lo scopo di allontanare il malocchio e le varie stregonerie.
Un ramoscello di olivo benedetto nella Domenica delle Palme, era portato nel campo e nell’orto per invocare da Dio un buon raccolto, allontanare la grandine, le tempeste e la siccità, portatori di miseria e carestia.

Giorgio · Nessuna visita · Lascia un commento 

Gli sposi

Non è esagerato affermare che molti matrimoni venivano “combinati” dal padrone del podere al quale i due giovani appartenevano.
Era questione di interesse, il podere era tramandato da padre in figlio ed il proprietario era ben a conoscenza della “mitezza”, della soggezione, dei “nuovi servi della gleba”.
Altri matrimoni erano combinati perché la donna era figlia unica di un contadino, chi la sposava aveva l’avvenire, misero quanto si vuole, ma assicurato.

Alcuni matrimoni erano combinati dal padrone stesso, per coprire i suoi tristi “affetti”, e questo non deve meravigliarci, d’altronde è cosa saputa e risaputa che un certo “jus primae noctis” è stato tacitamente accettato.
Gli altri matrimoni si celebravano senza tante feste e, soprattutto, senza tante spese inutili, come al giorno d’oggi.
I genitori della futura sposa preparavano, con grandi sacrifici, il “corredo” per la figlia, consistente in un certo numero di lenzuoli di canapa oppure di cotone, federe per guanciali, asciugamani, tovaglie e tovaglioli, coperte estive ed invernali, fazzoletti e, naturalmente, il corredo personale per lei.
Per lo sposo era previsto solo un piccolo corredo di lenzuoli e la biancheria personale.
Il matrimonio veniva annunciato a tutti in chiesa, per tre domeniche consecutive, affinché, se vi fossero stati degli “impedimenti”, i fedeli dovevano riferirlo al parroco, oppure al vescovo, sotto pena di un peccato mortale.
Per “impedimenti” si intendeva se uno dei contraenti era già sposato con altra persona vivente.
Il divorzio non figurava nella letteratura del tempo. Il matrimonio era inscindibile.
Tuttavia figurano rari casi di separazione. Il marito partiva per l’America e non si faceva più vivo.
Se uno dei contraenti era vedovo, oppure vedova, doveva sottostare ad un “balzello” verso i paesani e gli amici: offrire una damigiana di vino, un po’ di pane e companatico a tutti.
Diversamente veniva fatta la “scampanata” la vigilia del matrimonio.

La “scampanata” consisteva in un gran chiasso fatto con bidoni di latta, battuti e ribattuti, suoni di campanacci ed altri oggetti di metallo, battuti l’uno contro l’altro.
A molti suonavano anche il corno, soffiando con forza nella canna del fucile da caccia, per segno di disprezzo.
Il suono del corno era perciò proibito dalla legge e veniva suonato di notte.
Se offrivano quanto richiesto, tutto era messo a tacere e potevano sposarsi tranquillamente.
lo sposo e la sposa si recavano in chiesa alla seconda messa. Il sacerdote celebrava il matrimonio, che dal 1928 aveva effetti civili (Concordato fra Stato e Chiesa).

Prima del Concordato, fra la Santa Sede e lo Stato Italiano, con Mussolini capo del governo, gli sposi potevano contrarre matrimonio anche solo in chiesa e questo atto non aveva effetti civili. I figli venivano iscritti all’anagrafe a nome della madre.
Alle nozze si invitavano parenti ed amici.. Il pranzo era piuttosto semplice, con vino in abbondanza. Per l’occasione si uccidevano conigli e galline.
Verso il tramonto gli sposi partivano per la loro casa.
Gli invitati si salutavano e la festa era finita.
Gli sposi non si prendevano giorni di riposo. Il giorno dopo erano tranquillamente a lavorare nei campi, come se nulla fosse accaduto.


L'igene


Lo chiamavano. Comodo
02 DIC 2013 

Una pagina va dedicata al "Comodo" (gabinetto) perché nella case di Bolognana non mancava mai.
Solitamente, era un piccolo locale ricavato nello "stallino" (porcile)
Il più delle volte, era un semplice buco nel pavimento che dava direttamente nella "bùa"
(cisterna dove venivano convogliate le eiezioni dei maiali e a volte anche della stalla, se abbastanxza vicina)
Generalmente, ai lati del buco venivano murati un paio di mattoni 
ad uso "poggia-piede" precursore della più moderna "turca"
Una porta in legno e un chiodo per appendere della carta ed ecco
il "comodo". Una caratteristica indimenticabile, è l'odore che vi regnava,
a causa del buco che dava direttamente nella fogna, senza alcuna chiusura,
ed anche la vista attraverso il buco, di ciò che era all'interno della forgna,
era uno spettacolo assolutamente "indimenticabile". Tra le feci e la carta che
galleggiavano sui liquami, non era raro scorgere delle grosse larve (anche perché, 
nella "bùa" finivano anche gli scarti di origine aninale: Carcasse di animali da cortile 
immangiabili, perché morti di morte "sospetta" e qualsiasi altro residuo simile.
Una pratica disumana, quanto "necessaria" nella logica della 
sopravvivenza nella vita dei contadini, era l'uccisione delle cucciolate in esubero 
di cani e gatti. Si prendevano i neonati, si uccidevano (spesso con un colpo a terra)
e poi finivano nella "bùa". Uno spettacolo, al quale ho sempre evitato di assistere
e che mi ha inorridito per anni. Ma la vita di campagna, purtroppo, 
aveva anche questi aspetti crudeli. 
Giorgio · Nessuna visita · Lascia un commento 


L’acqua potabile


A Bolognana l'acqua potabile non è mai mancata, c'è stata fino a qualche anno fa l'umile fontanella della Polletta, la gora sopra il cimitero e il fontanello che tutti usavano,e usano, accanto al monumento ai caduti.
 Da ragazziPrima di bere in qualunque luogo recitavano lo scongiuro:

”Acqua corrente, ha bevuto il serpente, ha bevuto dio, posso bere anch’io.”
Purtroppo i casi di tifo e di colera erano assai comuni.

I cessi, oppure gabinetti non esistevano. Alcune famiglie benestanti avevano, nei pressi della casa, un casottino di paglia e lo chiamavano “loco comodo”.
La lotta contro le mosche era fatta con mazzetti di felce cosparsi di farina dolce. Le mosche vi si posavano, mangiavano e si addormentavano, a sera tutto veniva gettato nella fiamma del focolare.
La sputacchiera

Nei luoghi pubblici, era sistemato un recipiente triangolare con calce viva in polvere e la scritta : “Sputa qui”, il recipiente era posto negli angoli delle stanze o dei locali.
Anche nella bottega del Ganascia (Gigi) ce ne era una.
Molti sputavano in chiesa, perché avevano il vizio di masticare il sigaro, i cosiddetti ciccatori.
Anche alcune donne ciccavano. 

Le ferite da taglio si curavano con un impasto di erba della Madonna e ragnatele. Molti morivano per tetano. L’acqua salata e l’aceto erano ritenuti un buon medicamento. Gli uomini che lavoravano nei boschi e si ferivano usavano come rimedio immediato orinare sulla ferita.
Il latte di mucca era bevuto senza bollitura.

Molti pastorelli, spinti dalla fame, fermavano una mucca e succhiavano il latte.
Altri si davano da fare a catturare uccelli, a cercar nidi per alleggerire i morsi della fame. 
I ragazzi e le ragazze erano autosufficienti ed utili: custodivano le mucche e le pecore, portavano l’acqua col secchio dalla fontana, pulivano la stalla, raccoglievano la legna, annacquavano i fagioli e le patate negli orti sul letto del fiume, rastrellavano il fieno, raccoglievano le castagne.



La “spagnola” 



Con questo nome si indica una terribile malattia influenzale, oriunda, sembra, dalla Spagna, nell’anno 1918 e diffusasi rapidamente in Europa e specialmente in Italia, negli anni successivi.
A Bolognana vi furono alcuni morti, specialmente mamme, che lasciarono tanti orfani. I colpiti morivano a mente lucida.
Il medico non aveva a disposizione nessun rimedio specifico se non la rassegnazione.
Ai pochi guariti non lasciò nessun postumo di malattia, solo perdettero tutti i capelli.
Molti suggerivano di bere vino bollito e di fumare il sigaro per non contrarre il morbo.



Da studi recenti e ricerche attuali (1988), risulta che, questa malattia, che causò nel mondo quaranta milioni di morti, fu prodotta da un virus killer del quale è ancora sconosciuta la natura.



Il colera dell’anno 1884 



Il colera è un morbo epidemico, cioè che si propaga rapidamente, produce vomito, diarrea, crampi dolorosissimi.
La malattia è causata dal vibrione detto “bacillo virgola”, pere la sua forma.