Un saluto


UN SALUTO E BEN VENUTI.

A te che navighi in questo sito, di passaggio o con quotidianità, a te che conosci Bolognana o anche no, scrivimi"un qualcosa", dei commenti, per esempio: il tuo nome o nickname, dove vivi, l'età, una frase, un saluto o quello che preferisci...Esprimiti con un "messaggio"... Lo vedrai postato.
Un modo come un altro per interagire, per mandare un segnale, per dire "io ci sono"... Il ringraziamento è anticipato
Email iacopinigiorgio@yahoo.it
Questo bel dire è un atto d’amore verso il proprio paese e verso la propria gente.
Per un prezioso recupero delle memorie e delle tradizioni dei luoghi, la rivendicazione appassionata, intelligente e riccamente documentata delle proprie origini e della propria identità culturale.
È il segno del profondo attaccamento e dell’affetto che ci lega alla propria terra e ai suoi paesani.
È un pensiero che è tanto più importante e apprezzabile in quanto viene scritto in un tempo in cui tutto si dimentica, si banalizza e si standarizza, rinnegando e distruggendo la nostra vera ricchezza costituita dalle memorie e dal paesaggio che abbiamo ereditato, costruito dalla nostra gente anno dopo anno, secolo dopo secolo, con amore, fatica, sacrifici e saggezza.

venerdì 28 febbraio 2014

Ricordi di altri tempi


QUANDO ATTRAVERSAVAMO IL SERCHIO CON LA BARCHETTA
Eravamo molto più giovani noi adulti degli anni “anta”, quando attraversavamo il fiume Serchio con la barchetta.
Erano gli anni 40, gli anni della guerra, poi della ricostruzione, della mancanza di lavoro, della povertà.
L’attività di barcaiolo, a quel tempo, era una delle tante, che un popolo animato di fantasia e di buona volontà, come il nostro, aveva creato per sopravvivere.
E per collegare i paesi di Turritecava Bolognana e di Piano di Coreglia, situati sulle rive opposte del Serchio, occorreva una barca che attraversasse il letto del fiume.
I mie nonni facevano uso della barca, quando volevano recarmi da Turritecava, a Ponte all’Ania e a Fornaci di Barga, per fare le compere.
Pagavamo circa 20 lire a testa ed la barcaiola Maria Nicolina Cecconi (nonna di mia madre) li spostava da una sponda all’altra del Serchio. Questo breve viaggio sul fiume rappresentava sempre una piacevole avventura ed aspettavano con ansia quell’occasione, per quel tempo, unica ed irripetibile.
Ai miei occhi di bambino di campagna, curioso ma privo di esperienza, il Serchio appariva grande ed immenso, nei periodo invernali, pauroso, la barcaiola un personaggio robusto e forte, idealizzato come un navigatore delle mie favole.
Grazie al progresso, è stato costruita, prima la passerella ed adesso il nuovo ponte, in cemento armato: la barca della
nostra infanzia, ormai, fa parte dei nostri ricordi, è una testimonianza del nostro passato.
Un’opera, quella attuale, che permette di migliorare le vie di comunicazione ed alleviare da un traffico pesante le frazioni del fondovalle del nostro comune, diminuendo disagi e problemi alle popolazioni che qui risiedono.
Un’opera importante e grande che valorizza il nostro territorio e da lustro al nostro Comune.

mercoledì 8 gennaio 2014

Mestaine

Maestaine (Mestajine)
Marginette

Lungo le antiche vie delle Alpi Apuane era consuetudine erigere edicole votive localmente dette maestaine (o mestaine o immaginette o marginette). I luoghi prescelti erano generalmente gli incroci, luoghi in cui si pensava vi fossero le divinità. Oltre al motivo di culto ve ne era uno più pratico, cioè quello di indicare la strada ai viandanti. Le maestaine erano costruite anche intorno ad una proprietà o a un paese e servivano, oltre che da "protezione" religiosa, a delimitarne i confini. Fin dall'epoca romana queste "maestà" erano visitate con regolarità con vere e proprie processioni dette "rogationes". Il cristianesimo fece proprie le "Rogazioni" che si svolgevano in primavera e servivano per chiedere la grazia a Dio e alla Madonna per un abbondante raccolto, oltre alla protezione dalla fame, dalle malattie e dalle guerre.
Il gran numero di maestaine presenti sul territorio della Valle del Serchio ci induce a ritenere che esse non siano frutto di estemporanee iniziative dei fedeli, bensì di un rituale religioso consolidatosi nei secoli. La costruzione di maestaine, dedicate in particolare alla Madonna ed ai vari Santi, lungo le strade di campagna, a confine tra le proprietà, ad un bivio, a ringraziamento per un voto esaudito, per uno scampato pericolo, per un brutto evento superato, per un attestato pubblico della propria fede, va inserita nel fermento religioso che coinvolse tutta la Valle nel 1600-1700, anche in relazione ad una certa tranquillità politica, di cui sono testimoni le splendide chiese presenti anche nei piccoli paesi. 
Rappresentano l'espressione di fede degli abitanti della montagna.
Contenevano, un' immagine sacra che generalmente era scolpita in marmo, riportante la madonna o qualche santo protettore.
Le Maestaine nascono intorno al 1600, dopo il concilio di Trento e sono il risultato della profonda religiosità del paese, ma esse avevano anche lo scopo di proteggere i numerosi pastori o i viandanti dagli improvvisi cambiamenti climatici.
Durante la bella stagione cioè in primavera ed estate diverse pie donne, la domenica pomeriggio andavano alle Maestaine  a recitare rosari e preghiere.
Oggi questa tradizione è sparita del tutto, come sono sparite molte Maestaine che si trovavano lungo le mulattiere oggi non esistono più.
A ogni crocevia se non c'era una croce c'era un' immagine c'era una croce e tutti i viandanti offrivano una preghiera.
C'erano delle preghiere fatte apposta e persino in rima:

Fermati o passegger non ti sia grave
chinare il capo e recitare un' ave
Maria Santissima di Monte nero
copriteci col vostro velo
Guidateci per la via sicura del cielo
Madre del buon consiglio
pregate per vostro figlio
che ci liberi da ogni periglio
e in morte ci dia buona sorte.
Lungo le antiche vie delle Alpi Apuane era consuetudine erigere edicole votive localmente dette maestaine (o mestaine o immaginette o marginette). I luoghi prescelti erano generalmente gli incroci, luoghi in cui si pensava vi fossero le divinità. Oltre al motivo di culto ve ne era uno più pratico, cioè quello di indicare la strada ai viandanti. Le maestaine erano costruite anche intorno ad una proprietà o a un paese e servivano, oltre che da "protezione" religiosa, a delimitarne i confini. Fin dall'epoca romana queste "maestà" erano visitate con regolarità con vere e proprie processioni dette "rogationes". Il cristianesimo fece proprie le "Rogazioni" che si svolgevano in primavera e servivano per chiedere la grazia a Dio e alla Madonna per un abbondante raccolto, oltre alla protezione dalla fame, dalle malattie e dalle guerre.
Il gran numero di maestaine presenti sul territorio della Valle del Serchio ci induce a ritenere che esse non siano frutto di estemporanee iniziative dei fedeli, bensì di un rituale religioso consolidatosi nei secoli. La costruzione di maestaine, dedicate in particolare alla Madonna ed ai vari Santi, lungo le strade di campagna, a confine tra le proprietà, ad un bivio, a ringraziamento per un voto esaudito, per uno scampato pericolo, per un brutto evento superato, per un attestato pubblico della propria fede, va inserita nel fermento religioso che coinvolse tutta la Valle nel 1600-1700, anche in relazione ad una certa tranquillità politica, di cui sono testimoni le splendide chiese presenti anche nei piccoli paesi. 
Quale messaggio, oggi, ci può arrivare dai nostri antenati, attraverso una semplice maestaina? Non avere timore di difendere la nostra storia, i sentimenti religiosi, cultura e tradizione. Amiamo e valorizziamo la terra dove siamo nati. 

martedì 7 gennaio 2014

Un frutto miracoloso

Non credo di essere banale quando proferisco parola. Come un nonno che parla ai nipotini, temendo che il racconto possa un giorno cadere nel dimenticatoio, esigo ascolto perché ho qualcosa di importante da dire: ecco svelato il rapporto inscindibile tra Bolognana e le castagne.
Non solo legge, ma anche scrive: verba volant, scripta manent. Dalle mie labbra scende inarrestabile una magica catena di sillabe tese a smentire un abusato luogo comune: la Garfagnana non è stata solo miseria.
La Garfagnana è Stata castagne, è stata sinónimo di lavoro, gastronomia, folclore, avventura, ricerca, tecnica, socializzazione e altro ancora. Se non ci fosse stato la castagna, tanti paesi non sarebbero proprio esistiti o avrebbero la metà degli abitanti che hanno ora.
Castagna, farina di necciò, è stata sinonimo di gente di montagna. E Io sono fiero dell’aggettivo montanaro, tant’è che ne parlo con l’orgoglio di chi da bambino non ha mai avuto il tempo di annoiarsi per la troppa fatica.
La storia del nostro paese: Bolognana. Un paese di montagna, come tanti altri. Un paese povero, ma ricco di inventiva. La sua cultura contadina ha spesso fatto i conti con la sopravvivenza, dato che la natura di queste terre aride non permetteva di sfamare i propri figli. Si stenta a vivere: erano tempi duri.
Nel dopoguerra, mi riferisco alla seconda guerra mondiale, la gente aveva più fame che cibo. Ognuno cercava la propria identità, specialmente i giovani non volevano fare la fine dei propri genitori, pertanto aspettavano la misera paga che veniva corrisposta da quel poco lavoro che offriva la proprietà terriera. Una gioventù non più analfabeta, ma con poca cultura e tanta voglia di riscatto sociale. Ci si doveva inventare qualcosa. La mia non è una storia biblica, non parla di stelle comete, non parla di improvvisazioni o sortilegi, ma parla di fatiche, di rinunce, della terra e di quello che essa offre. E’ la storia di un paese che, illuminato dal tesoro che lo circondava, la natura arida, quella terra fredda, improduttiva, ma conosceva la sua pepita, l’oro dei poveri di montagna: la castagna. Le risorse che madre natura ci ha donato. E’ poco invocare la sorte benigna. Ci vuole di più. La raccolta, vale a dire la nascita degli spinosi ricci, è stagionale, da Ottobre inoltrato, condizionata dalle piogge. La gente aspettava la venuta dell’acqua, dopodiché la nascita del sospirato frutto. Si aspettava auspicando un buon raccolto. La castagna era speranza di vivere, era il domani, programmare condizioni migliori, la crescita economica e sociale, la scuola per i propri figli, costruire una casa e passare la propria esistenza dove si è nati, nell’amata Bolognana. Non sono proclami, ma un amore concepito. Nessuno come i castagni hanno dato tanto lustro: dal bosco un grande e inatteso regalo della natura. Si pensi alla crescita demografia, il periodo tra il 1940 e il 1950 il paese sembrava una fabbrica di bambini, la gente era felice e la famiglia cresceva, il popolo della valle aveva trovato il suo giusto equilibrio grazie a questa risorsa, la castagna.
Un’epopea, un quarto di secolo, sono pietre, pietra miliare scolpita nella mente di chi ha vissuto quel periodo, famiglie intere, donne, bambini, uomini, una moltitudine di persone i movimento, a chi arriva prima alla meta cioè nelle selve, da casa si partiva a piedi, non c’era la macchina, dopo un bel po' di cammino ancora buio, notte profonda. Si accendeva il fuoco finché arriva la luce dell’alba, poi tutti alla raccolta, non c’erano pause, non li fermava nessuno, né la pioggia n'è il freddo.
La sosta solo quando lo zaino o il cesto erano pieni. Quanta fatica ! Quanta sofferenza! Però la gioia era grande quando aveva il sopravvento il raccolto, un tesoro di tutti e di nessuno, la natura generosa dava a tutti la propria parte.
Durante la campagna di raccolta delle castagne, quello che si vedeva a Bolognana nelle vie dove c’era spazio, era da immortalare, una storia contadina, una comunità intenta a sfruttare le proprie risorse, esaltando le proprie capacità, gareggiando a chi produceva la qualità migliore. 
Quante storie si potrebbero raccontare in questo quarto di secolo, storie vissute in un paese di montagna, storie di riscatto, orgoglio, di sacrifici, sofferenze, anche morte. Il progresso si paga.  Una grande conquista: i Bolognanini sono orgogliosi, il duro lavoro, le sofferenze non si dimenticano. Poche parole per tramandare la memoria di generazione in generazione con l’auspicio che ogni anno il paese si fermi per tributare la sua riconoscenza alla castagna. Non può non farlo.

venerdì 3 gennaio 2014

Il Serchio

Il Serchio
 
Il fiume Serchio, nasce da diverse sorgenti provenienti dagli Appennini e dalle Apuane, che riunendosi a Piazza al Serchio,danno vita al terzo fiume della toscana, dopo l’Arno e l’Ombrone , oggi dopo aver attraversato la Garfagnana e la piana di Lucca, và a gettarsi nel mar Tirreno, nella zona del Parco di San Rossore (PI), poco a nord di Pisa.

In tempi antichi, il Serchio seguiva un altro corso confluendo nell’Arno, lo troviamo citato per la prima volta, dal geografo greco Strabone vissuto dal 64 a.C. a l21 d.C., nel suo trattato “Geographica”, nel quale narra della nascita di Pisa, avvenuta tra due fiumi confluenti, l’Arno discendente da Arezzo e l’Ausar discendente dall’Appennino. In seguito anche Plinio il Vecchio vissuto dal 23 al 79 d.C. lo nominò nella sua opera “Naturalis Historia”scrivendo: “La prima città dell’Etruria, è Luni, famosa per il suo porto, vengono poi la colonia di Lucca, lontana dal mare e più vicina ad esso Pisa, situata tra i fiumi Auser e Arno” e nel VI secolo, Cassiodoro nominò in due epistole, l'ordine dato da re Teodorico di mantenere navigabili l’Arno e l’Auser

 Il fiume, una volta giunto nella piana di Lucca, si divideva in molti rami, il ramo principale attraverso la depressione di Bientina confluiva nell’Arno, gli altri, invece andavano a formare una zona paludosa nella piana, i romani furono i primi a iniziare le bonifiche, che porteranno il fiume, verso il V secolo, ad avere un corso occidentale chiamato Auserculus (divenuto poi: Auserculo, Auserclo, Serculo, Serclo, Serchium e Serchio). Gregorio Magno, papa dal 590 al 604 narra nei “Dialoghi”, che era venuto a conoscenza, di un miracolo avvenuto a Lucca, compiuto dal vescovo 
Frediano, che avrebbe voltato il corso del fiume Ausarit ( l’Ausar nominato da Strabone), salvando la città da una sua pienaCol passare dei secoli il ramo orientale è scomparso (oggi il suo nome è conservato nell’Ozzeri, un canale che scorre a sud della città) e il ramo occidentale è divenuto il Serchio di oggi  
L’origine antica del nome del Serchio non è stata ben definita lo storico latino Svetonio dichiarò che l’Auser deriva dall’etrusco e significava dio o divinità, mentre alcuni glottologi moderni invece affermano che il nome deriva da una parola Ausa (pre-ligure) che significa sorgente
 


mercoledì 1 gennaio 2014

Vecchie ricette di nonna Zeffira

Bolognana ( Borella) anno domini 2013
 Nello scrivere queste pagine spero di contribuire a far conoscere ancora meglio la cultura e un po’ di storia del nostro magnifico paese.
Insieme alle belle cose che ci regala in ogni momento del giorno, ho cercato di far comprendere quello che già i nostri avi conoscevano, amavano e con il loro modo di essere e di fare  miglioravano stagione dopo stagione per poterlo consegnare a noi.
La storia del territorio un po’ tutti la conoscono, ma le prelibatezze del palato, la pietanza frugale, gustosa, fatta con poco, solo le nostre nonne la sapevano fare, perché amalgamata agli ingredienti c’era la passione, il dolore, la miseria e il bisogno.
Queste piccole e semplici ricette che riporterò, di una cucina remota, le ho trovate in alcuni quaderni un po’ sgualciti e senza nome e copertina, curiosando in un vecchio “banco”della casa di Bolognana, fra i vecchi ricordi di mia nonna sono balsati alla luce un mucchio incredibile di carte ingiallite dove con pazienza e bramosia ho potuto leggere le ricette di una volta che con dovizia trascriveva con la matita.
Mi sono ritornati alla mente lontani ricordi,   quello che mia nonna Zeffira cucinava nei giorni delle feste, le cose semplici e quotidiane, quello che conservava per l’inverno nella dispensa nel “cigliere” Salami, Biroldi, Rigatino, Mondiola,  file di salsicce un po’ ammuffite, picce di pomodori, graticci colmi di patate e di mele, e i contenitori in pietra per salare il lardo e la coppa, nella formaggiera fatta di rete fitta non poteva mancare la forma del formaggio.
Adesso tutto questo l’ho voluto condividere con chi ama la tradizione, le cose semplici e il buon mangiare con la voglia di farlo.
Pari pari ho riportato quello che lei scriveva, con solo poche aggiunte che nel leggere non ho 
compreso.

(Presto un poco per volta alcune ricette)

RICETTE

1'. Crostoni di lardo e cioccolato
Per 4 persone
6 fette Pane in cassetta integrale... 12 fette di lardo di Arnad tagliato finissimo... 6 castagne bollite... 50 g di cioccolato fondente (minimo 70%)... pepe bianco
Togliete i bordi alle fette di pane e tostatele al forno.
Fondete il cioccolato a bagnomaria.
Preparate i crostoni su un piatto da portata: sopra ogni fetta di pane adagiate due fette di lardo, una castagna bollita e fate colare mezzo cucchiaino di cioccolato fuso. Profumate con del pepe bianco macinato al momento, chiudete gli occhi e...toccherete il cielo con un dito!